Pantene e il marketing (sulla pelle delle donne)

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Questa in foto è una pubblicità della Pantene apparsa su FB. Il testo allegato al post (Sponsorizzato, che quindi appare nelle bacheche di chi viene considerato in target) recita:

Noi crediamo che quando le donne sono più forti, sono più belle. Per questo abbiamo lanciato #PanteneForzaèBellezza. Fino al 15 Aprile acquistando uno shampoo + un balsamo Pantene nei punti vendita aderenti di Acqua&Sapone sostieni le donne che lottano contro il tumore al seno con Susan G. Komen Italia. #Donalatuaforza anche tu perché #ForzaèBellezza #StrongisBeautiful
 
Pantene fa un’offerta: se compri due prodotti, TU SOSTERRAI le donne che lottano contro il tumore al seno (ovviamente, perché è il più commerciabile e il più diffuso) con la Susan G. Komen, che spero di non dovervi spiegare cos’è.
Una persona X leggerà la pubblicità e dirà: che bello, IO POSSO FARE QUALCOSA (“sostieni”) per aiutare delle persone! Compro i prodotti!
 
A fondo pagina, in carattere minifuck, c’è scritto che, per ogni abbinamento shampoo/balsamo, Pantene donerà SEI CENTESIMI DI EURO per l’acquisto di parrucche.
In media, uno shampoo Pantene costa 4 euro. Un balsamo, sempre in media, 2 euro. Totale per la coppia, 6 euro. Di questi, sei centesimi per le parrucche.
Il prezzo medio di una parrucca scrausa diciamo che è intorno ai 60 euro, ma una buona parrucca può costare anche due, tre volte tanto. Per comprare UNA SINGOLA PARRUCCA, la Pantene dovrà vendere almeno 4000 prodotti (2000 shampoo e 2000 balsami).
 
Non conosco l’entità delle entrate della Pantene, ma mi sento di consigliare a chiunque voglia sostenere REALMENTE una causa di non farsi abbindolare da questo marketing truffaldino e laido, ma di donare alla ricerca o a un ente specifico DIRETTAMENTE.

Chemio, trucco, donne.

Riapro le pagine del blog dopo tanto tempo, perché ultimamente intorno a me ho sentito tanto parlare di cancro e di approccio alla malattia.
Il primo spunto è dato da Kemioamiche, un programma di TV2000, in cui delle donne raccontano in una cornice surrealizzata (con tanto di playback di canzoni pop) il loro rapporto in sala chemio.
Il secondo è dato dall’iniziativa dell’Istituto IFO Regina Elena, che mette a disposizione ogni mercoledì una truccatrice per le pazienti oncologiche.
Lungi da me generalizzare o colpevolizzare chi attraverso il trucco si senta meglio (perché apparire bene è in fondo una necessità), la cosa che mi ha più colpito è, nell’intervista di Repubblica TV, sentire una donna che dice che così si sente ancora donna, ancora femmina (femminile, aggiunge poi) e, nel programma di TV2000, vedere donne malate tutte con foulard di seta colorato e sopracciglia disegnate.

Siamo di fronte alla sparizione del malato. Il malato non deve apparire malato. Il malato, se malato, è meno essere umano (meno donna, in questo caso).
Non ce l’ho con le donne che si sentono così, ce l’ho con le pressioni esterne che le fanno sentire così.
Al mio corpo mancano pezzi. Non allatterò mai, forse non riuscirò nemmeno ad avere un figlio mio. Le mie ovaie sono ferme, anche se non ho nemmeno 37 anni. Questo mi rende meno donna? Meno femmina?
Mi rifiuto di vedermi così.
La malattia non intacca solo la nostra femminilità, né è giusto che ci sentiamo minate in quell’aspetto, come se fosse la nostra unica funzione, come se smettessimo di essere utili nel momento in cui non siamo più donne, perché in fondo una donna è donna solo finché può essere desiderata o può riprodursi.
La società non vuole vedere un malato, vuole che si continui ad essere coraggiosi, forti, vincenti, come una gara. E chi muore ha perso, non parliamo di chi muore, forse è morto perché poco coraggioso?
La vita non ha classifica di merito.
Sono sopravvissuta 3 anni e mezzo alla malattia non solo perché mi sono curata, ma anche perché sono fortunata. Non perché ho lottato più forte e meglio di chi non ce l’ha fatta.
C’è un’iconografia del malato che va smontata. Soprattutto del malato donna.
Ci vogliono sempre perfette, incrollabili, tenute bene.
Ma la malattia fa schifo, è sporca, è rabbiosa, ti spaventa e certe volte non dormi perché pensi che morirai e certe volte non dormi perché il dolore fisico è troppo, ma devi rassicurare chi ti sta intorno, non si devono preoccupare per te, tu devi essere forte e coraggiosa.
E certe volte non dormi perché sei salva e pensi a chi è morto e ti chiedi ma me lo merito di essere salva?
E altre volte non dormi perché sei salva e pensi ma non durerà.

Il nostro Paese, la nostra società, hanno bisogno di integrare il malato.
Qualche tempo fa, una carissima amica che stava attraversando un lutto, mi ha detto “Nessuno deve morire da solo”. Ha ragione. Nessuno deve morire o soffrire da solo, nessuno deve essere solo perché sofferente o morente. Non siamo parte della società solo finché funzioniamo, e una società civile deve anzi valorizzare chi al suo interno ne ha più bisogno.

I deboli, il malato, il vecchio, il bambino, devono essere accolti senza condizioni. Liberi di essere deboli, vecchi, malati o bambini.
Una donna può truccarsi anche se è malata? Certo, che domande. Ma non deve truccarsi. Non deve nascondere la sua condizione. La società deve accoglierla e riconoscerla anche struccata. Anche brutta, mutilata, calva. Anche sterile, perché sterile non vuol dire disutile.

Basta a questa eterna giovinezza, al disprezzo del decadimento, a questo immaginario da Hitler-Jugend.
Basta.

I miei occhi

Facebook ha delle funzionalità davvero utili. Nello specifico, “Accadde oggi” ci permette di rivedere post passati. Anche quando non vorremmo.
Il 20 luglio 2013 avevo avuto da poco la mia diagnosi. Ondeggiavo ancora tra l’incredulità e la disperazione. Quel giorno si sposava un amico di mio marito, e noi siamo andati a festeggiare come se non ci fosse un domani (ah ah).
Nella maggior parte delle foto sorrido, ma i miei occhi raccontano un’altra verità.

occhi

La verità che non ci dicono del cancro non è nei capelli tagliati, né nella nausea.
Non è nelle statistiche, nel dolore, nei globuli bianchi.
E’ nella paura, che tutto nasconde e tutto attutisce.

Rimane, in fondo, sempre un po’. E mi guarda con i miei occhi.

Ottobre e la prevenzione “rosa”

Ottobre, mese della prevenzione del cancro al seno, sta finendo, dopo tutto il suo bel circo di tette e cicatrici in mostra, donne accusate di essere invidiose se criticano pubblicità con testimonial nude, gente che sostiene che “FALLE VEDERE” sia uno slogan accettabile.

Sta per iniziare novembre, mese della prevenzione del cancro alla prostata. L’iniziativa più diffusa è “Movember”, cioè farsi crescere i baffi per un mese e poi tagliarli (gli uomini, eh).

Mo’, non per dire nulla, ma a questo punto vorrei vedere delle campagne con cicatrici su peni, accompagnate da slogan come TIRALO FUORI, oppure GUARDALO DA MOSCIO o anche, perché no, FATTI INFILARE UN DITO IN CULO.
Così, per vedere se funziona.

Dai, c’eri quasi [POST COMMEMORATIVO]

Esattamente due anni fa, circa a quest’ora, mi sottoponevo alla mia prima ecografia. Solo due giorni prima avevo sentito il “bozzo” sotto la pelle nel mio seno sinistro.

Il radiologo che mi fece l’ecografia si lamentò del mio seno troppo grande (tanto da scriverlo nel referto), e fu in grado solo di consigliare una mammografia.
La massa che ha visto con la macchina era di 7 millimetri.
La verità è che il mio cancro era già di 6 centimetri, e si sentiva serenamente anche senza ecografia, e che tutto il pacchetto linfonodale era da buttare, altro che RARI LINFONODI.

Caro dottore, non so dove sia ora.
La ricordo con astio, come un uomo rigido e lamentoso davanti a una donna spaventata, ma soprattutto come uno che non c’aveva capito un cazzo.
Io, dopo due anni, sono ancora qui, e non grazie alla sua stupida faccia di merda.

Dai, c'eri quasi.

                      Dai, c’eri quasi.

Batticuori

Quando nell’email ti trovi un messaggio del Sant’Orsola che ha come intestazione “MANTENIMENTO TESSUTO OVARICO” il cuore perde un colpo.

Per fortuna è solo la segnalazione di cambio di intestazione della raccomandata, ma ecco, insomma, diciamo che quello rimane un tasto delicatissimo.

Sono passati tre mesi dall’ultima revisione chirurgica. Qui pare abbia retto tutto. Ci sono segni, cose che tirano, forme nuove, ma tutte al loro posto. Ho anche ricominciato a nuotare, ed è buffo perché si muove tutto in un modo mai provato prima. Mi faccio la doccia solo quando sono sicura che non ci sia nessun altro.

Prendo le mie medicine, mangio bene. Cerco di non pensare a nulla di ansiogeno.

Poi, rovistando in internet, trovi le storie di donne che si sono ammalate di nuovo. Che hanno il cancro alle ovaie. Che hanno il fegato, le ossa malati. E ti ripeti che non sei tu, che non sarai tu, che pensare alla possibilità del male è una condanna cui ti dovresti essere sottratta con la mastectomia.

Razionalizzi, lavori, pensi ad altro, ti godi la vita, e le vite nuove, e le vite che stanno arrivando, e poi, la notte, succede.

Il cuore perde un colpo.

Due mesi dopo

Sono ancora ospite nel mio corpo.
Chiusa in un reggiseno blindato. Dormo come un cadavere. Non mi tocco, non mi guardo.
Se mi toccano, non stanno toccando me.

La sensazione è ovviamente strana. Le protesi sembrano calde. Pesano, intralciano, sembra diano segnali lontani, come una vecchia radio rotta.

Ed è un misto di sollievo (per il rischio che mi sono tolta, per il fatto che vedrò l’oncologa fra sei mesi e non fra tre) e di disagio. Di annichilimento.Di depersonalizzazione.

Sono passati due mesi, e io ancora non sono qui.

Lego.

Ma non nel senso del bondage.

L’operazione è stata un mese fa, ma è come se fosse stata ieri. Convalescenza lunga, dicevano, ed è più che lunga: è interminabile.
Passo quasi più tempo in ospedale che a casa.
Le infermiere mi riconoscono, anche le donne delle pulizie mi chiamano per nome.
La signora del bar mi sorride sempre.

Vado a fare le medicazioni due volte alla settimana.
Mi spacchettano, respiro, perché il cerotto mi brucia, mi medicano, betadine, mercurocromo, disinfettanti rossi come il sangue.
Se mi scappa una sbirciatina distolgo subito lo sguardo. È tutto fili e cose che non sono come dovrebbero essere (secondo me, per lo meno).
I dottori sono bravi.
C’è il dottore giovane, che mi racconta del suo torcicollo.
Il dottore bello, che mi prende in giro se mi lamento, perché dice che non fa così male.
La dottoressa minuta, che sembra sempre poco sicura di quel che fa.
Poi c’è il chirurgo.
Lui, che mi critica se non sto dritta con la schiena. Che mi pungola, mi tira le trecce, e quando vuole farmi una tenerezza mi dà una pacca sulla tibia oppure mi fa ganascino (io odio quando mi fanno ganascino), perché non è il caso di farmi una carezza.
Lui, che quando mi medica sposta appena il cerotto, per evitare che mi resti il segno.
Che quando mi tocca, mi tocca come fossi una cosa che ha creato lui dal nulla, come Dio, o come fossi un omino della Lego. Che mi guarda compiaciuto.

Quando i medici mi toccano, mettono fra me e loro quella distanza che gli serve per essere bravi.
Anche quando il medico bello mi sbottonò la camicia da notte, ed era un gesto così intimo, così romantico, come due sposini la prima notte e invece no, lui stava aprendo la camicia da notte a un oggetto.
Un oggetto delicato, quello sì.

La cosa davvero molto imbarazzante è che io questa distanza non ce l’ho. Per me un medico in fondo è sempre un uomo, una donna, una persona.
Per cui, dottori, scusate se m’imbarazzo e guardo altrove se, mentre mi medicate e sono stesa sul lettino, vi appoggiate col bacino alle mie mani che sono proprio lì, a quell’altezza.

Non sono ancora un Lego.

Donne, in ospedale.

Donne che ti raccontano la vita da un letto d’ospedale.
Donne che hanno imparato termini tecnici e procedure che manco il dottor House.
Donne che minimizzano.
Donne che rifanno il letto ogni cinque minuti.
Donne che devono parlare tanto, e più parlano più ti spaventano.
Donne che ti portano opuscoli dal titolo fosco, come MATERNITA’ E CANCRO, solo perché hai fatto l’errore di accennare all’argomento.
Donne che tacciono, perché il silenzio impedisce loro di gridare e volersi strappare le bende e pezzi di corpo.
Donne che hanno uomini che non si vedono, o figli che non sanno.
Donne che ogni mattina si truccano e si pettinano e si mettono un pigiama carino.
Donne che si sentono in dovere di condividere l’esperienza.
Donne che guardano distrattamente le ferite e viene loro da piangere, o da vomitare, o tutti e due.
Donne che ti dicono Beata te che hai il gene mutato! e tu non capisci, non capisci davvero.
Donne che fanno la predica, o la lagna, ché la loro malattia è peggio, ché la loro vita è più difficile, e non si sa in che modo questo dovrebbe essere d’aiuto a una qualunque delle presenti.

Donne con cicatrici enormi, con corpi spezzati, con la paura negli occhi.
Come me, insieme a me.