Donne, in ospedale.

Donne che ti raccontano la vita da un letto d’ospedale.
Donne che hanno imparato termini tecnici e procedure che manco il dottor House.
Donne che minimizzano.
Donne che rifanno il letto ogni cinque minuti.
Donne che devono parlare tanto, e più parlano più ti spaventano.
Donne che ti portano opuscoli dal titolo fosco, come MATERNITA’ E CANCRO, solo perché hai fatto l’errore di accennare all’argomento.
Donne che tacciono, perché il silenzio impedisce loro di gridare e volersi strappare le bende e pezzi di corpo.
Donne che hanno uomini che non si vedono, o figli che non sanno.
Donne che ogni mattina si truccano e si pettinano e si mettono un pigiama carino.
Donne che si sentono in dovere di condividere l’esperienza.
Donne che guardano distrattamente le ferite e viene loro da piangere, o da vomitare, o tutti e due.
Donne che ti dicono Beata te che hai il gene mutato! e tu non capisci, non capisci davvero.
Donne che fanno la predica, o la lagna, ché la loro malattia è peggio, ché la loro vita è più difficile, e non si sa in che modo questo dovrebbe essere d’aiuto a una qualunque delle presenti.

Donne con cicatrici enormi, con corpi spezzati, con la paura negli occhi.
Come me, insieme a me.

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