Lego.

Ma non nel senso del bondage.

L’operazione è stata un mese fa, ma è come se fosse stata ieri. Convalescenza lunga, dicevano, ed è più che lunga: è interminabile.
Passo quasi più tempo in ospedale che a casa.
Le infermiere mi riconoscono, anche le donne delle pulizie mi chiamano per nome.
La signora del bar mi sorride sempre.

Vado a fare le medicazioni due volte alla settimana.
Mi spacchettano, respiro, perché il cerotto mi brucia, mi medicano, betadine, mercurocromo, disinfettanti rossi come il sangue.
Se mi scappa una sbirciatina distolgo subito lo sguardo. È tutto fili e cose che non sono come dovrebbero essere (secondo me, per lo meno).
I dottori sono bravi.
C’è il dottore giovane, che mi racconta del suo torcicollo.
Il dottore bello, che mi prende in giro se mi lamento, perché dice che non fa così male.
La dottoressa minuta, che sembra sempre poco sicura di quel che fa.
Poi c’è il chirurgo.
Lui, che mi critica se non sto dritta con la schiena. Che mi pungola, mi tira le trecce, e quando vuole farmi una tenerezza mi dà una pacca sulla tibia oppure mi fa ganascino (io odio quando mi fanno ganascino), perché non è il caso di farmi una carezza.
Lui, che quando mi medica sposta appena il cerotto, per evitare che mi resti il segno.
Che quando mi tocca, mi tocca come fossi una cosa che ha creato lui dal nulla, come Dio, o come fossi un omino della Lego. Che mi guarda compiaciuto.

Quando i medici mi toccano, mettono fra me e loro quella distanza che gli serve per essere bravi.
Anche quando il medico bello mi sbottonò la camicia da notte, ed era un gesto così intimo, così romantico, come due sposini la prima notte e invece no, lui stava aprendo la camicia da notte a un oggetto.
Un oggetto delicato, quello sì.

La cosa davvero molto imbarazzante è che io questa distanza non ce l’ho. Per me un medico in fondo è sempre un uomo, una donna, una persona.
Per cui, dottori, scusate se m’imbarazzo e guardo altrove se, mentre mi medicate e sono stesa sul lettino, vi appoggiate col bacino alle mie mani che sono proprio lì, a quell’altezza.

Non sono ancora un Lego.

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